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"Tu che non parli" di Graziella Bonansea

VandA Edizioni, 2025, pagg. 334. Incipit "Di notte il caldo è insopportabile. Il sudore incolla braccia, gambe, schiena al lenzuolo. Ogni  minima oscillazione aumenta quel senso di soffocamento che arriva alle narici. E se nel letto si è in due è anche peggio. Un solo scatto aggrava il malessere generale. Il caldo mette chiunque sotto una cappa rovente. Il caldo divide, scompone, e le figure si moltiplicano come nel deserto, quando i vapori si alzano dalla sabbia". Pensieri luminosi Ci sono libri che fanno rumore, e poi ce ne sono altri che scelgono di restare in silenzio. Tu che non parli appartiene a questi ultimi: non entra nella vita del lettore con forza, ma si insinua piano, come una luce bassa che non disturba e proprio per questo illumina meglio.  Al centro del romanzo ci sono tre donne Bianca, Rachele e Rosita  legate da un filo che non è solo familiare, ma emotivo, quasi invisibile. La storia prende forma attorno a un’assenza, a una perdita che non viene mai ra...

"Tu che non parli" di Graziella Bonansea


VandA Edizioni, 2025, pagg. 334.


Incipit

"Di notte il caldo è insopportabile. Il sudore incolla braccia, gambe, schiena al lenzuolo. Ogni  minima oscillazione aumenta quel senso di soffocamento che arriva alle narici. E se nel letto si è in due è anche peggio. Un solo scatto aggrava il malessere generale. Il caldo mette chiunque sotto una cappa rovente. Il caldo divide, scompone, e le figure si moltiplicano come nel deserto, quando i vapori si alzano dalla sabbia".


Pensieri luminosi

Ci sono libri che fanno rumore, e poi ce ne sono altri che scelgono di restare in silenzio. Tu che non parli appartiene a questi ultimi: non entra nella vita del lettore con forza, ma si insinua piano, come una luce bassa che non disturba e proprio per questo illumina meglio. 
Al centro del romanzo ci sono tre donne Bianca, Rachele e Rosita  legate da un filo che non è solo familiare, ma emotivo, quasi invisibile. La storia prende forma attorno a un’assenza, a una perdita che non viene mai raccontata con clamore, ma che si avverte in ogni gesto, in ogni esitazione. È come se qualcosa si fosse spezzato prima ancora che il libro iniziasse, e tutto ciò che leggiamo fosse il tentativo, fragile e imperfetto, di abitare quella frattura. 
Bianca si muove dentro questo vuoto con una fatica silenziosa, come se ogni passo fosse un confronto con ciò che non è più. Rachele sembra portare un’inquietudine più sotterranea, fatta di domande che non trovano voce. Rosita, invece, appare a tratti più concreta, ma non per questo meno segnata: anche in lei si avverte quella distanza sottile tra ciò che si mostra e ciò che resta nascosto. Non c’è una trama nel senso tradizionale, lineare, rassicurante. Piuttosto, ci sono frammenti di vita, ricordi, relazioni che si sfiorano senza mai risolversi del tutto. Il passato e il presente si intrecciano senza confini netti, proprio come accade nella memoria, dove tutto ritorna in modo imprevedibile. E in questo intreccio, il non detto diventa più importante di ciò che viene esplicitato. L’ho letto come si ascolta qualcosa di fragile. Con attenzione, ma anche con una specie di cautela, come se ogni parola potesse incrinare un equilibrio sottile. E forse è proprio questo che il romanzo custodisce: un equilibrio fatto di assenze, di pause, di respiri trattenuti. Il silenzio, qui, non è mai vuoto. È materia viva. È ciò che resta quando le parole non bastano più, o quando fanno troppo male per essere pronunciate. È uno spazio abitato, denso, a tratti persino ingombrante. E mentre leggevo, mi accorgevo che quel silenzio non apparteneva solo ai personaggi: iniziava lentamente a somigliare anche al mio. 
I personaggi si muovono come ombre leggere dentro questo spazio. Non chiedono di essere compresi fino in fondo, non si raccontano completamente. E in questo loro trattenersi, in questo loro restare un passo indietro rispetto allo sguardo, ho trovato qualcosa di profondamente vero. Perché nessuno, davvero, si lascia mai conoscere del tutto.
La scrittura dell'autrice è fatta di sottrazione. Toglie, lima, alleggerisce. E così facendo, lascia emergere qualcosa di più essenziale, quasi invisibile. Ci sono frasi che sembrano appena sussurrate, e proprio per questo restano. Non colpiscono subito: sedimentano. A volte mi sono fermata. Non perché non capissi, ma perché sentivo il bisogno di restare lì, dentro una frase, come si resta qualche secondo in più in una stanza prima di uscire. È una lettura che chiede tempo, ma non lo ruba: lo trasforma. Il titolo, a un certo punto, smette di indicare qualcun altro. Diventa una voce che si avvicina. “Tu che non parli” non è più solo un destinatario: è una domanda sospesa, un’eco. Mi sono chiesta più volte a chi stessi pensando davvero mentre leggevo. E la risposta cambiava, continuamente. C’è una malinconia sottile che attraversa tutto il romanzo, ma non è mai pesante. È una malinconia che somiglia a certe sere d’inverno, quando la luce arriva obliqua e tutto sembra più fermo, più lento. Non c’è disperazione, piuttosto una forma di consapevolezza quieta, quasi accettata. Non è un libro che consola. Non offre risposte nette, né chiusure rassicuranti. Ma offre qualcosa di diverso, e forse più raro: uno spazio in cui sostare senza dover per forza capire, senza dover riempire ogni vuoto. 
Quando ho chiuso l’ultima pagina, non ho avuto la sensazione di aver concluso qualcosa. Era più simile a quando si spegne una lampada e si resta per un attimo nel buio, con gli occhi ancora pieni di luce. 
Tu che non parli è un libro che non si impone, non trattiene. Ma resta. Resta come certe parole che non abbiamo detto, e che proprio per questo continuano a esistere.

La mia lampada ha illuminato questa frase:
"Ma Rosita era andata più avanti. In un sol colpo. Come tutti i bambini custodi di una ferita, era già in contatto con la musica del cuore, un vocalizzo largo che prelude alla potenza, il balbettio flebile e tuttavia deciso, che si unisce ancora alla carne, ai suoi interni movimenti. Soltanto dopo, molto dopo, quella voce si stringe alla parola. Una voce che bisogna raccogliere nel centro dello stomaco in cui si annidano persino grida delle bambine di Belém. Le bambine di Belém dimenticate dalla donne, dagli uomini di tutto il mondo".


Gli oli essenziali da utilizzare durante la lettura:
gocce di sandalo e bergamotto da utilizzare nel bruciatore di essenze con candela bianca neutra, per ritrovare profondità e immersività.


Un po' di luce sull'autrice
Graziella Bonansea è studiosa di Storia delle donne e degli immaginari culturali, su cui ha tenuto seminari e corsi presso l'Università di Torino e del Piemonte Orientale, ed è tra le fondatrici della Società Italiana delle Storiche. Autrice di molti saggi sulla soggettività si è specializzata in tematiche quali la memoria del trauma e l'immaginario del corpo in alcuni momenti cruciali del XX secolo.

Bibliografia essenziale:
- "L'Atlante delle scrittrici piemontesi dell'Ottocento e del Novecento", 2007.
- "Cecile di sete e di acque", 2016;
- "Più che la notte", 2020


La scrittrice Graziella Bonansea 

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