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"Scialacca" di Kristine Maria Rapino

Sperling & Kupfer editore, 2025, 306 pagg. Incipit "Non l'aveva riconosciuto subito. Li aveva visti avanzare insieme, nella calura ancora estiva di quel tardo settembre. A piedi, lungo la strada sterrata interdetta alla circolazione. Erano in due: sagome all'altezza dell'orizzonte. Lontane. Troppo, perché potesse distinguerle. Se n'era accorto per caso, Gillo Lomonaco, mentre dal terzo gradino della scala a pioli sostituiva una lampadina in veranda. Per istinto, aveva abbassato la testa quel tanto che bastava a superare l'ingombro visivo del paralume di ferro e individuare la fermata dell'unica autolinea a raggiungere quella frazione di Sanmichele fuori stagione". La mia lampada ha illuminato questa frase: "Era stato quel mare per primo ad invitarla al battesimo delle cose. A suggerire un finale diverso alla bambina che si accontentava di tenere sulla mensola la sabbia di spiagge lontane, conservata nei contenitori di plastica per rullini ripo...

"Scialacca" di Kristine Maria Rapino



Sperling & Kupfer editore, 2025, 306 pagg.


Incipit

"Non l'aveva riconosciuto subito. Li aveva visti avanzare insieme, nella calura ancora estiva di quel tardo settembre. A piedi, lungo la strada sterrata interdetta alla circolazione. Erano in due: sagome all'altezza dell'orizzonte. Lontane. Troppo, perché potesse distinguerle.
Se n'era accorto per caso, Gillo Lomonaco, mentre dal terzo gradino della scala a pioli sostituiva una lampadina in veranda. Per istinto, aveva abbassato la testa quel tanto che bastava a superare l'ingombro visivo del paralume di ferro e individuare la fermata dell'unica autolinea a raggiungere quella frazione di Sanmichele fuori stagione".


La mia lampada ha illuminato questa frase:
"Era stato quel mare per primo ad invitarla al battesimo delle cose. A suggerire un finale diverso alla bambina che si accontentava di tenere sulla mensola la sabbia di spiagge lontane, conservata nei contenitori di plastica per rullini riportati dalla madre quando stava via per qualche viaggio. Era stato quel luogo a suggerirle un cambiamento. 
Dalla finestra della sua camera, si era inventata troppe versioni della verità per riuscire a comprendere quale fosse quella giusta. Finché non aveva scelto di accompagnare Francesco. Finché non aveva rischiato".


Gli oli essenziali da utilizzare durante la lettura:
gocce di mirto e gocce di cipresso da sciogliere nel bruciatore di essenze con candela bianca neutra, per ritrovare la freschezza e la profondità dei luoghi mediterranei che sanno di vento, scogli, silenzi e assaporare un'anima resinosa che richiama radici e destino.


Un po' di luce sull'autrice

Kristine Maria Rapino è nata nel 1982 e vive a Chieti, editor e docente di scrittura creativa alla scuola Macondo. Ha studiato recitazione e sceneggiatura e ha lavorato per il teatro e a Cinecittà. É stata finalista al premio letterario Rai La Giara e concorrente del talent letterario di Rai 3 "Masterpiece". Nel 2014 ha vinto il premio letterario S. Marai ed è stata finalista al Premio Internazionale di Letteratura Città di Como.


Bibliografia essenziale

"Fichi di marzo", romanzo, 2022, Sperling e Kupfer editore.


Pensieri luminosi

Ci sono libri che non ti prendono per la trama, ma per l’atmosfera. Scialacca è uno di questi. È un romanzo che va letto con calma, lasciando che le parole facciano sedimentare emozioni più che costruire colpi di scena. Non ti trascina: ti accompagna. La storia ruota attorno a un ritorno, ma non è il ritorno in sé il vero centro del libro. È ciò che resta dopo l’assenza. Le frasi non dette, i gesti rimasti a metà, le stanze che sembrano uguali ma non lo sono più. Kristine Maria Rapino scrive di famiglia senza indulgenza e senza rabbia: con una lucidità quieta, a tratti dolorosa, che rende i personaggi profondamente umani. Ho percepito Scialacca come un romanzo fatto di silenzi. I dialoghi non sono mai eccessivi, spesso sembrano quasi trattenuti, come se ogni personaggio avesse paura di dire troppo e rompere un equilibrio fragile. Ed è proprio lì che il libro colpisce: nel non spiegare tutto, nel lasciare spazio al lettore per riconoscersi. 
Un aspetto che ho apprezzato molto è il modo in cui la fragilità viene raccontata: non come qualcosa da correggere, ma come parte integrante dell’identità. Nessuno in questo romanzo è “aggiustato”, e forse è proprio questo il suo valore più grande.
Non è una lettura per chi cerca ritmo veloce o risposte nette. È una lettura per chi ama fermarsi, osservare, sentire. Per chi sa che alcune storie non servono a consolare, ma a fare luce, proprio come una lampada accesa in una stanza silenziosa. 
Scialacca è un romanzo fatto di sospensioni, di ritorni incompleti, di legami che non si sono mai davvero sciolti. È una storia che non corre: resta. E chiede al lettore di fare lo stesso. 
Il fulcro del romanzo è Francesco, un personaggio che ho percepito più come una presenza irrisolta che come un protagonista tradizionale. Il suo ritorno dopo anni di assenza non ha nulla di eroico o rassicurante: Francesco è un uomo pieno di fratture, incapace di spiegarsi fino in fondo, e proprio per questo credibile. Non cerca giustificazioni, ma nemmeno perdono facile. È il simbolo di chi scappa e poi scopre che tornare e rimanere è spesso più difficile che andare via. 
Intorno a lui si muove una famiglia segnata dal silenzio, fatta di affetti trattenuti e di ruoli che col tempo si sono irrigiditi. I personaggi familiari non vengono mai caricati o resi esemplari: sono persone comuni, stanche, che hanno imparato a convivere con l’assenza invece che elaborarla. Ho apprezzato molto questo realismo emotivo: nessuno alza la voce, ma tutti portano addosso un peso. 
Poi c’è Aria, forse il personaggio che più rimane impresso. Aria non è costruita per “spiegare” qualcosa, né per salvare nessuno. È una presenza luminosa ma fragile, osserva più di quanto parli, e proprio per questo diventa uno specchio per gli altri. La sua diversità non è mai usata come artificio narrativo, ma come parte naturale del suo essere. Aria incarna una delicatezza che non è debolezza, una forza silenziosa che non ha bisogno di affermarsi. 
Il vero collante tra i personaggi, però, è il luogo. Il mare, la costa, la fabbrica di fuochi d’artificio: tutto sembra impregnato di memoria. I paesaggi non sono mai semplici descrizioni, ma riflessi interiori. La “scialacca” diventa metafora di ciò che rimane attaccato, dei ricordi che non si sciolgono e diventano vischiosi, delle emozioni che riaffiorano anche quando si crede di averle sepolte. 
Lo stile di Kristine Maria Rapino è misurato, evocativo, mai urlato. Le frasi sembrano spesso trattenere il respiro, come i personaggi. Non c’è il desiderio di spiegare tutto, ma quello, più raro, di lasciare spazio. Ed è in questo spazio che il lettore entra, riconoscendo dinamiche, ferite, nostalgie. 
Scialacca non è un romanzo per chi cerca risposte immediate. È un libro che parla di fragilità, di appartenenza, di ritorni che non aggiustano nulla ma permettono, forse, di guardare le cose per quello che sono. 
È una lettura che chiede lentezza e attenzione. Ma sotto la lampada, quando il rumore si spegne, è proprio questo tipo di storia che sa illuminare di più.

INTERVISTA ALL'AUTRICE 

Ciao Kristine e benvenuta nel mio spazio letterario. Vuoi parlarci un podi te? 
Ciao Elisabetta, grazie per avermi accolta. Sono un’autrice, insegno scrittura creativa, lavoro come editor. E sono la mamma felice di una bambina di due anni. 
Amo i cani, ne ho due: Fellini e Troisi. Abito in collina, a Chieti, e in venti minuti di macchina posso essere sulla Majella: è lì che vado quando ho bisogno di recuperare spazio. Nel mio armadio ci sono più scarpe da trekking che tacchi alti. Sono stata scout. Se devo scegliere, preferisco le vacanze nella natura. Nei miei sogni c’è sempre tanta neve. 

Il titolo del romanzo è molto evocativo. Come è nato? 
La scialacca è una resina naturale utilizzata anche in ambito pirotecnico per ottenere il colore rosso dei fuochi dartificio. Nel romanzo uno dei protagonisti, Gillo, ha fondato una piccola azienda che lavora proprio in questo settore. Ho scoperto il termine durante gli studi preparatori. Mi è sembrato adatto a quanto intendevo esprimere. Con il procedere della storia, la parola assume un valore che va oltre il significato letterale. Diventa un filo conduttore che attraversa i personaggi, tutti accomunati dalla necessità di tornare in relazione, di ristabilire un contatto. In questo senso, la scialacca rimanda allidea di un legame che si ricompone, di un desiderio di comunione. 

Mare e terra sembrano dialogare continuamente nel tuo scritto. Che ruolo hanno questi due elementi in relazione alla caratterizzazione dei personaggi?
Mare e terra non sono uno sfondo neutro della narrazione, ma elementi attivi, in relazione diretta con linteriorità dei personaggi. Agiscono in consonanza con il loro stato emotivo e ne accompagnano i movimenti e i cambiamenti. Ho scelto questo tratto di costa perché, nella sua dimensione più selvaggia e meno antropizzata rispetto ad altri della mia regione, mi sembrava restituisse bene la tensione esistenziale dei protagonisti. È un paesaggio dunale, instabile per natura, che muta sotto lazione del vento ma che, a un certo punto, trova una forma. Le dune vengono trattenute dai ciuffi di camomilla marina e dalleringio spinoso: piante che possono apparire fragili o respingenti dove cresce leringio si passa con difficoltà ma che svolgono una funzione decisiva. Anche questo dialoga con i personaggi, con la loro apparente durezza o precarietà e con la possibilità, nel tempo opportuno, di una fioritura inattesa. 

I personaggi della storia sono attraversati da silenzi, attese e memorie. Da dove nasce il tuo interesse per queste zone così intime dellanimo umano? 
Nasce dallascolto. Mi è sempre piaciuto stare in mezzo alle persone e ascoltare le loro storie. Mi raccontano che, quando ero piccolina, in campeggio con mamma e papà, mi fermavo a parlare con tutti. Ho avuto la fortuna di iniziare molto presto lesperienza del volontariato, in ambiti diversi, e questo mi ha aiutata a mettere in discussione pregiudizi e semplificazioni, e a ridimensionare anche molte mie ansie personali. Nel tempo ho imparato a guardare le persone senza ridurle a unetichetta, cercando di considerare il percorso che le ha portate a essere ciò che sono, spesso al di là delle loro scelte. Incontri con persone molto diverse da me per storia, età o condizione hanno rivelato molte volte punti di contatto profondi. È da lì che nasce il mio interesse per le crepe e le memorie: sono spazi in cui emergono fragilità condivise. Zone in cui, se si trova il coraggio di raccontarsi, diventa possibile riconoscersi simili. E in un tempo segnato dalla solitudine e dallincomunicabilità, scrivere secondo me significa innanzitutto ridurre le distanze. Sentirci meno soli. 

La lingua ha un peso molto forte nella narrazione. Quanto è stato importante il lavoro sul ritmo e la musicalità della prosa durante la scrittura? 
Lavoro molto sulla lingua, soprattutto dopo la prima stesura, con l’attitudine che Giuseppe Pontiggia chiamava umile cura”. Serve a rispettare il testo, ma prima ancora il lettore. Per me scrivere implica sacrificio e dedizione: un lavoro artigianale, a volte estenuante ma sempre appassionante, volto a verificare lesattezza e lopportunità di ogni parola meno è meglio, un precetto sempre valido a preservare il ritmo ed eliminare ogni forma di autocompiacimento. Il mio obiettivo è che la lingua resti al servizio della storia, capace di restituire immagini e sensazioni in presa diretta, così che chi legge possa farne unesperienza emotiva e fisica e trarre le proprie conclusioni. Spero di esserci riuscita.

Il tempo nel romanzo non scorre in modo sempre lineare, ma sembra assumere una sua circolarità; è una scelta legata al tema della memoria? 
Il passato torna sempre a galla, anche quando cerchiamo di ignorarlo. Siamo fatti delle nostre scelte, di quelle degli altri, persino di quelle dei nostri antenati, e dobbiamo fare i conti con queste dinamiche, che non sempre seguono le nostre aspettative e i nostri obiettivi. Nel romanzo c’è un personaggio in particolare – Emma – che, pur non essendo presente nel tempo della narrazione, continua a vivere nella mente degli altri e ne influenza le scelte. Lascia un segno indelebile, un marchio che persiste. Il tempo della memoria è anche il tempo del non detto: momenti in cui un dialogo mancato ha generato comportamenti che, ripetuti, hanno costruito barriere emotive, veri e propri muri di contenimento come quelli presenti nelle aziende pirotecniche tra una casamatta e laltra, pensati per limitare i danni di unesplosione. Fare memoria significa provare a tornare in comunicazione, abbattere quei muri assumendosi il rischio delle conseguenze, e riprendere contatto con ciò che ci riguarda. 

I luoghi del romanzo non sono solo lo sfondo in cui si muovono i personaggi, ma custodiscono ricordi. Quanto il paesaggio ha guidato le scelte dei personaggi e quanto, invece, ne è stato plasmato? 
Vivere in un luogo in cui la natura ha ancora il sopravvento e non è la presenza delluomo a imporre regole permette ai personaggi di lasciare emergere la parte meno controllata di séGillo e Francesco sono cresciuti senza barriere, con lo sguardo rivolto al faro, distante ma sempre visibile, e con la speranza forse ingenua che un giorno quella luce li avrebbe raggiunti. È questo desiderio di luce a muovere le loro pulsioni: il recupero di una libertà emotiva e di sguardo, la stessa suggerita dal mare davanti a loro. 

Nel romanzo c’è una costante tensione tra ciò che si eredita e ciò che si sceglie di diventare. Quanto pensi che il passato condizioni il destino dei tuoi personaggi?  
C’è sempre un senso di responsabilità che, insieme al senso di colpa, finisce per orientare le nostre scelte. Penso a me: con un padre pediatra, tutti si aspettavano che diventassi medico. Ho frequentato Medicina per tre anni, ma poi ho scelto Lingue. Questo in pochi lo sanno. Per qualche tempo ho portato con me il senso di colpa per non aver soddisfatto le aspettative dei miei genitori, tuttavia ha prevalso il senso di responsabilità, verso me stessa e verso di loro, nel seguire le mie aspirazioni. Le stesse di quando ero bambina: scrivere. Gillo non sceglie la strada tracciata dal padre, Francesco non trova il coraggio di seguire un percorso proprio e finisce per ricalcare le orme del fratello. Su entrambi grava la responsabilità verso i genitori e la cura che, come figli e fratelli, sono chiamati a esercitare. La soluzione sta nel trovare felicità in ciò che si sceglie. Il presente si costruisce anche su un passato inesatto, sui ricordi del cammino intrapreso per capire chi siamo, accettando i rami che è stato necessario tagliare lungo il percorso.
 
Cosa ti auguri che il lettore/lettrice porti con sé dopo la lettura del tuo romanzo?
La speranza. In un tempo segnato dallincomunicabilità e dalla fragilità delle relazioni familiari e interpersonali, credo ce ne sia bisogno. 

Hai altri progetti in cantiere? 
Da più di un anno c’è unidea, ancora in fase embrionale, che sento il bisogno di trasformare in un progetto di scrittura, attraverso studio e approfondimento. È un pensiero che ritorna, mi resta addosso. Per questo sì: c’è una storia che mi chiama. Parla di memoria, di donne e di riscatto. Ho il desiderio di scriverla. 

Grazie per aver condiviso le tue riflessioni.
Grazie a te, Elisabetta



La scrittrice Kristine Maria Rapino

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