Non è una lettura per chi cerca ritmo veloce o risposte nette. È una lettura per chi ama fermarsi, osservare, sentire. Per chi sa che alcune storie non servono a consolare, ma a fare luce, proprio come una lampada accesa in una stanza silenziosa.
Scialacca è un romanzo fatto di sospensioni, di ritorni incompleti, di legami che non si sono mai davvero sciolti. È una storia che non corre: resta. E chiede al lettore di fare lo stesso.
Il fulcro del romanzo è Francesco, un personaggio che ho percepito più come una presenza irrisolta che come un protagonista tradizionale. Il suo ritorno dopo anni di assenza non ha nulla di eroico o rassicurante: Francesco è un uomo pieno di fratture, incapace di spiegarsi fino in fondo, e proprio per questo credibile. Non cerca giustificazioni, ma nemmeno perdono facile. È il simbolo di chi scappa e poi scopre che tornare e rimanere è spesso più difficile che andare via.
Intorno a lui si muove una famiglia segnata dal silenzio, fatta di affetti trattenuti e di ruoli che col tempo si sono irrigiditi. I personaggi familiari non vengono mai caricati o resi esemplari: sono persone comuni, stanche, che hanno imparato a convivere con l’assenza invece che elaborarla. Ho apprezzato molto questo realismo emotivo: nessuno alza la voce, ma tutti portano addosso un peso.
Poi c’è Aria, forse il personaggio che più rimane impresso. Aria non è costruita per “spiegare” qualcosa, né per salvare nessuno. È una presenza luminosa ma fragile, osserva più di quanto parli, e proprio per questo diventa uno specchio per gli altri. La sua diversità non è mai usata come artificio narrativo, ma come parte naturale del suo essere. Aria incarna una delicatezza che non è debolezza, una forza silenziosa che non ha bisogno di affermarsi.
Il vero collante tra i personaggi, però, è il luogo. Il mare, la costa, la fabbrica di fuochi d’artificio: tutto sembra impregnato di memoria. I paesaggi non sono mai semplici descrizioni, ma riflessi interiori. La “scialacca” diventa metafora di ciò che rimane attaccato, dei ricordi che non si sciolgono e diventano vischiosi, delle emozioni che riaffiorano anche quando si crede di averle sepolte.
Lo stile di Kristine Maria Rapino è misurato, evocativo, mai urlato. Le frasi sembrano spesso trattenere il respiro, come i personaggi. Non c’è il desiderio di spiegare tutto, ma quello, più raro, di lasciare spazio. Ed è in questo spazio che il lettore entra, riconoscendo dinamiche, ferite, nostalgie.
Scialacca non è un romanzo per chi cerca risposte immediate. È un libro che parla di fragilità, di appartenenza, di ritorni che non aggiustano nulla ma permettono, forse, di guardare le cose per quello che sono.
È una lettura che chiede lentezza e attenzione. Ma sotto la lampada, quando il rumore si spegne, è proprio questo tipo di storia che sa illuminare di più.
INTERVISTA ALL'AUTRICE
Ciao Kristine
e benvenuta nel mio spazio letterario. Vuoi parlarci un po’ di te?
Ciao Elisabetta, grazie per avermi accolta. Sono un’autrice, insegno scrittura creativa, lavoro come
editor. E sono la mamma felice di una bambina di due anni.
Amo i cani, ne ho due: Fellini e Troisi. Abito in collina, a Chieti, e in venti minuti di macchina
posso essere sulla Majella: è lì che vado quando ho bisogno di recuperare
spazio. Nel mio armadio ci sono più scarpe da trekking che tacchi alti. Sono
stata scout. Se devo scegliere, preferisco le vacanze nella natura. Nei miei
sogni c’è sempre tanta neve.
Il titolo del romanzo è molto evocativo. Come è nato?
La scialacca è una resina naturale utilizzata anche in
ambito pirotecnico per ottenere il colore rosso dei fuochi d’artificio. Nel romanzo uno dei protagonisti, Gillo, ha
fondato una piccola azienda che lavora proprio in questo settore. Ho scoperto il termine durante gli studi preparatori. Mi è sembrato
adatto a quanto intendevo esprimere. Con il procedere della storia, la parola assume un valore
che va oltre il significato letterale. Diventa un filo conduttore che
attraversa i personaggi, tutti accomunati dalla necessità di tornare in
relazione, di ristabilire un contatto. In questo senso, la scialacca rimanda
all’idea di un legame che si ricompone, di
un desiderio di comunione.
Mare e terra sembrano dialogare continuamente nel tuo
scritto. Che ruolo hanno questi due elementi in relazione alla
caratterizzazione dei personaggi?
Mare e terra non sono uno sfondo neutro della narrazione,
ma elementi attivi, in relazione diretta con l’interiorità dei personaggi. Agiscono in consonanza con il
loro stato emotivo e ne accompagnano i movimenti e i cambiamenti. Ho scelto questo tratto di costa perché,
nella sua dimensione più selvaggia e meno antropizzata rispetto ad altri della
mia regione, mi sembrava restituisse bene la tensione esistenziale dei
protagonisti. È un paesaggio dunale, instabile per natura, che muta sotto l’azione del vento ma che, a un certo punto, trova una forma.
Le dune vengono trattenute dai ciuffi di camomilla marina e dall’eringio spinoso: piante che possono apparire fragili o
respingenti — dove cresce l’eringio
si passa con difficoltà — ma che
svolgono una funzione decisiva. Anche questo dialoga con i personaggi, con la
loro apparente durezza o precarietà e con la possibilità, nel tempo opportuno,
di una fioritura inattesa.
I personaggi della storia sono attraversati da silenzi,
attese e memorie. Da dove nasce il tuo interesse per queste zone così intime
dell’animo umano?
Nasce dall’ascolto.
Mi è sempre piaciuto stare in mezzo alle persone e ascoltare le loro storie. Mi
raccontano che, quando ero piccolina, in campeggio con mamma e papà, mi fermavo
a parlare con tutti. Ho avuto la fortuna di iniziare molto presto l’esperienza del volontariato, in ambiti diversi, e questo mi
ha aiutata a mettere in discussione pregiudizi e semplificazioni, e a
ridimensionare anche molte mie ansie personali. Nel tempo ho imparato a guardare le persone senza ridurle a
un’etichetta, cercando di considerare il
percorso che le ha portate a essere ciò che sono, spesso al di là delle loro
scelte. Incontri con persone molto diverse da me per storia, età o condizione
hanno rivelato molte volte punti di contatto profondi. È da lì che nasce il mio interesse per le crepe e le
memorie: sono spazi in cui emergono fragilità condivise. Zone in cui, se si
trova il coraggio di raccontarsi, diventa possibile riconoscersi simili. E in
un tempo segnato dalla solitudine e dall’incomunicabilità, scrivere secondo me significa
innanzitutto ridurre le distanze. Sentirci meno soli.
La lingua ha un peso molto forte nella narrazione.
Quanto è stato importante il lavoro sul ritmo e la musicalità della prosa
durante la scrittura?
Lavoro molto sulla lingua, soprattutto dopo la prima
stesura, con l’attitudine che Giuseppe Pontiggia chiamava “umile cura”. Serve a rispettare il testo, ma prima ancora
il lettore. Per me scrivere implica sacrificio e dedizione: un lavoro
artigianale, a volte estenuante ma sempre appassionante, volto a verificare l’esattezza e l’opportunità
di ogni parola — meno è meglio, un precetto sempre valido — a
preservare il ritmo ed eliminare ogni forma di autocompiacimento. Il mio obiettivo è che la lingua resti al servizio della
storia, capace di restituire immagini e sensazioni in presa diretta, così che
chi legge possa farne un’esperienza
emotiva e fisica e trarre le proprie conclusioni. Spero di esserci riuscita.
Il tempo nel romanzo non scorre in modo sempre lineare,
ma sembra assumere una sua circolarità; è una scelta legata al tema della
memoria?
Il passato torna sempre a galla, anche quando cerchiamo di
ignorarlo. Siamo fatti delle nostre scelte, di quelle degli altri,
persino di quelle dei nostri antenati, e dobbiamo fare i conti con queste
dinamiche, che non sempre seguono le nostre aspettative e i nostri obiettivi.
Nel romanzo c’è un personaggio in particolare – Emma – che, pur non essendo
presente nel tempo della narrazione, continua a vivere nella mente degli altri
e ne influenza le scelte. Lascia un segno indelebile, un marchio che persiste. Il tempo della memoria è anche il tempo del non detto:
momenti in cui un dialogo mancato ha generato comportamenti che, ripetuti,
hanno costruito barriere emotive, veri e propri muri di contenimento — come quelli presenti nelle aziende pirotecniche tra una
casamatta e l’altra,
pensati per limitare i danni di un’esplosione. Fare memoria significa provare a tornare in comunicazione,
abbattere quei muri assumendosi il rischio delle conseguenze, e riprendere
contatto con ciò che ci riguarda.
I luoghi del romanzo non sono solo lo sfondo in cui si
muovono i personaggi, ma custodiscono ricordi. Quanto il paesaggio ha guidato
le scelte dei personaggi e quanto, invece, ne è stato plasmato?
Vivere in un luogo in cui la natura ha ancora il
sopravvento e non è la presenza dell’uomo
a imporre regole permette ai personaggi di lasciare emergere la parte meno
controllata di sé. Gillo e Francesco sono cresciuti senza barriere, con lo
sguardo rivolto al faro, distante ma sempre visibile, e con la speranza — forse ingenua — che un giorno
quella luce li avrebbe raggiunti. È questo desiderio di luce a muovere le loro
pulsioni: il recupero di una libertà emotiva e di sguardo, la stessa suggerita
dal mare davanti a loro.
Nel romanzo c’è una costante tensione tra ciò che si
eredita e ciò che si sceglie di diventare. Quanto pensi che il passato
condizioni il destino dei tuoi personaggi?
C’è sempre un senso di responsabilità che, insieme al senso
di colpa, finisce per orientare le nostre scelte. Penso a me: con un padre
pediatra, tutti si aspettavano che diventassi medico. Ho frequentato Medicina
per tre anni, ma poi ho scelto Lingue. Questo in pochi lo sanno. Per qualche tempo
ho portato con me il senso di colpa per non aver soddisfatto le aspettative dei
miei genitori, tuttavia ha prevalso il senso di responsabilità, verso me stessa
e verso di loro, nel seguire le mie aspirazioni. Le stesse di quando ero
bambina: scrivere. Gillo non sceglie la strada tracciata dal padre, Francesco
non trova il coraggio di seguire un percorso proprio e finisce per ricalcare le
orme del fratello. Su entrambi grava la responsabilità verso i genitori e la
cura che, come figli e fratelli, sono chiamati a esercitare. La soluzione sta nel trovare felicità in ciò che si
sceglie. Il presente si costruisce anche su un passato inesatto, sui ricordi
del cammino intrapreso per capire chi siamo, accettando i rami che è stato
necessario tagliare lungo il percorso.
Cosa ti auguri che il lettore/lettrice porti con sé dopo la lettura del tuo romanzo?
La speranza. In un tempo segnato dall’incomunicabilità e dalla fragilità delle relazioni
familiari e interpersonali, credo ce ne sia bisogno.
Hai altri progetti in cantiere?
Da più di un anno c’è un’idea, ancora in fase embrionale, che sento il bisogno di
trasformare in un progetto di scrittura, attraverso studio e approfondimento. È
un pensiero che ritorna, mi resta addosso. Per questo sì: c’è una storia che mi
chiama. Parla di memoria, di donne e di riscatto. Ho il desiderio di scriverla.
Grazie per aver condiviso le tue riflessioni.
Grazie a te, Elisabetta
La scrittrice Kristine Maria Rapino
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