Nua Edizioni, 2023, 443 pagg.
Incipit
"La canonica dominava dall'alto del paese. Per raggiungerla, era necessario arrampicarsi per la stretta e acciottolata strada principale di Haworth fino a che non si arrivava a quella che era, a tutti gli effetti, l'ultima casa del villaggio. Davanti alla canonica c'era la chiesa, di cui suo marito, Patrick, era il parroco. Su un lato, il cimitero, con le sue tombe in pietra grigia e le lapidi pietose che vegliavano il sonno dei morti. Oltre, la selvaggia brughiera, con i cespugli e l'erba selvatica, e un cielo sconfinato a sovrastarla. Non era l'estate il periodo per vederla fiorire, né la primavera. Era poco prima dell'inizio dell'autunno che quella landa si ricopriva di meraviglia, e in ogni dove appariva festoso il violetto dell'erica in fiore".
Pensieri luminosi
Ho iniziato "Per la brughiera" con una
sensazione di curiosità mista a una certa diffidenza. La vita delle sorelle
Brontë è una storia che conosco, ma è anche una di quelle che sembra non
smettere mai di affascinarmi, come se ci fosse sempre qualcosa da scoprire, un
dettaglio nascosto tra le righe dei loro romanzi e tra i silenzi delle loro
esistenze. Ma questo romanzo non è un
semplice racconto sulla loro vita. Martina Tozzi non ci dà una biografia: ci dà
l’atmosfera, il mondo interiore, le piccole
scelte quotidiane che definivano le loro giornate nella
canonica di Haworth, circondate dalla brughiera, che sembra quasi respirare
insieme a loro.
Non so come Martina Tozzi faccia a trasformare una storia che già conosciamo
in qualcosa di nuovo e profondo.
L'inizio, lento e silenzioso, è stato un po' come immergermi in un paesaggio
che non riesco a descrivere con parole, ma che posso sentire sulla pelle. Il
romanzo non ti prende per mano, non ti spinge a correre con la trama. No. Ti
invita a stare. A respirare
insieme ai personaggi. A sentire il freddo delle stanze, il buio della
brughiera, il peso delle loro solitudini.
Ci sono scene che mi sono rimaste impresse nella mente, come quella in cui Charlotte
Brontë, nonostante le sue ambizioni e la sua volontà di essere
presa sul serio come scrittrice, si ritrova nella sua stanza, a scrivere di
notte, con la luce fioca di una lampada che illumina appena la carta. Quella
scena mi ha dato l'impressione di vedere una persona a metà tra il sogno e la
realtà, tra il desiderio di emergere e il timore di non riuscire mai a essere
all’altezza di ciò che voleva. Mi sono trovato a immaginare Charlotte, che
scrive, si ferma, e poi rilegge ogni parola con la stessa meticolosità con cui
un pittore aggiunge dettagli alla sua tela. Era una lotta
solitaria, ma anche una ricerca disperata di dare forma a quel
caos che era la sua mente. A me è sembrato che Martina Tozzi avesse catturato
in quelle parole il nucleo stesso della scrittura brontiana:
il bisogno di dare voce a una solitudine che solo attraverso la parola trova
una parvenza di significato.
Poi c'è Emily, che è la più "selvaggia" e anche la più enigmatica.
La sua relazione con la brughiera
è così forte che la natura sembra essere parte di lei. In una scena, Emily si
perde nel vento gelido, cammina senza meta, come se cercasse qualcosa di
intangibile, eppure fondamentale. La descrizione del paesaggio è così potente
che sembra di sentire il rumore dei suoi passi sulla terra gelata, di vedere il
suo volto coperto dalla nebbia. Eppure, mentre la vediamo vagare, non la
percepiamo come una persona che vuole essere trovata. Al contrario, la sua
lotta sembra essere quella di rimanere invisibile,
di sfuggire alla pressione di essere “compresa”. Quella scena mi ha fatto
pensare a quanto, a volte, la solitudine possa essere una scelta
consapevole, anche quando il mondo ti cerca, ti osserva, ti
giudica. Emily è l'anima libera, ma anche
la più dolorosamente imprigionata, intrappolata in un corpo che non vuole
appartenere a nessuna aspettativa sociale.
Anne, poi, la sorella meno celebrata, ma quella che più mi ha sorpreso. La
sua determinazione tranquilla è emersa con forza in un momento in cui la
vediamo confrontarsi con il suo futuro, sentendo il peso di una vita che non la
rispecchia. La sua dolcezza non è debolezza, ma una forma
di resilienza che si riflette in tutte le sue azioni. Quando,
in un passaggio cruciale, Anne decide di pubblicare sotto pseudonimo, non è
solo un atto di coraggio, ma anche una consapevolezza di come la sua voce
potesse venire soffocata se fosse stata troppo visibile.
In quel gesto, ho sentito tutta la sofferenza di chi deve trovare il modo di
farsi sentire senza rinunciare a chi è. Mi ha colpito come Tozzi abbia saputo
rendere questa ambivalenza senza mai forzare il carattere della giovane Brontë.
Anne è, senza dubbio, il personaggio più silenzioso,
ma proprio per questo il più “presente” nei suoi momenti più intimi.
La scrittura di Tozzi è, per me, una delle cose più riuscite di questo
libro. È luminosa, ma a tratti velata,
come una nebbia che ti avvolge senza che tu possa fare nulla per evitarla. Ha
una delicatezza che mi ha colpito ogni volta, ma anche una forza che emerge nei
momenti giusti. Non è mai invadente, ma riesce a farti entrare dentro il mondo
delle Brontë senza che tu te ne accorga, come se fosse la cosa più naturale del
mondo. Le sue descrizioni, come quella della casa, dei giardini e dei campi,
non sono solo luoghi fisici, ma diventano una sorta di prolungamento
delle emozioni dei personaggi. La brughiera non è mai solo un
sfondo, è un’altra protagonista. È l’eco di quello che le sorelle hanno
vissuto, ma anche il luogo che le ha plasmate e che, in qualche modo, le ha
portate verso la loro grandezza.
Quando ho finito il libro, non avevo quella tipica sensazione di
"soddisfazione", quella chiusura perfetta che alcuni libri riescono a
darti. No, avevo la sensazione di essere stata testimone
di qualcosa che non si può raccontare fino in fondo. Una frammentazione
di vite, di sogni, di fallimenti, di successi. Eppure, è proprio questa mancanza
di conclusione che lo rende così potente. Non è un libro che ti
vuole consolare o darti risposte facili. È un libro che ti fa
compagnia, ma in un modo che a volte può sembrare quasi doloroso.
Mi sono ritrovata, alla fine, con un'inquietudine dolce. Come se avessi
vissuto per qualche tempo nelle lande fredde della brughiera, osservando
silenziosamente e sentendo i venti e le voci che passano attraverso le pagine.
E forse, dopo tutto, è proprio questo che mi ha insegnato "Per
la brughiera": che, a volte, è il silenzio delle
cose non dette che lascia il segno più profondo.
La mia lampada ha illuminato questa frase: "Che domanda aveva scelto per lei! Papà sapeva che amava i libri, tutti i libri, anche quelli che non capiva. Era sempre piena di entusiasmo quando le veniva concesso di sfogliarne uno. Sedeva per terra a gambe incrociate alla turca, si appoggiava davanti al volume e lo sfogliava pervasa da un brivido di piacere. La incantavano le storie che vi erano narrate, ma le piacevano anche i disegni, le illustrazioni, le immagini fantastiche che emergevano dalle pagine".
Gli oli essenziali da utilizzare durante la lettura: gocce di pino silvestre e di lavanda da utilizzare nel bruciatore di essenze con candela bianca neutra che evoca il bosco, il vento e la natura selvaggia e quindi l'immersione nel paesaggio della brughiera e che aiuta ad entrare nell'atmosfera un po' malinconica del romanzo.
Un po' di luce sull'autrice Martina Tozzi è nata a Siena, dove vive con i suoi gatti. Ha iniziato a scrivere da bambina e non ha mai smesso. Oltre alla scrittura, le sue passioni sono la storia, la poesia e gli animali. Ha un interesse molto forte per le tematiche ambientali.
Bibliografia essenziale:
- L'ultima strega, HarperCollins, 2019;
- Il nido segreto, Nua Edizioni, 2022;
- Il sogno semplice di un amore, Nua Edizioni, 2024;
- Vita di una falena, vita, amori e dolori di Virginia Woolf, Nua Edizioni, 2026
INTERVISTA ALL'AUTRICE
Ciao Martina e bentornata nel mio spazio letterario. Per la brughiera racconta la vita delle sorelle Brontë, ma non si limita a ripercorrere i fatti storici. Come sei riuscita a intrecciare la realtà storica con una narrazione più intima e personale?
Ciao Elisabetta, e grazie per lo spazio che mi concedi! L’idea che mi ha mosso quando ho iniziato a scrivere Per la brughiera era proprio quella di raccontare la vita delle sorelle Brontë attraverso la loro interiorità, di mostrare non soltanto gli eventi della loro esistenza, ma soprattutto i loro moti interiori, i pensieri e i sogni. Per questo mi sono documentata tantissimo prima di iniziare la stesura, perché volevo avere un’idea precisa della loro personalità, della loro essenza. Ho letto le loro opere, le lettere, saggi e interpretazioni, e ho cercato di immedesimarmi più che ho potuto nella loro mentalità, di percorrere il loro mondo interiore. Non è stato sempre facile, ma dove non arrivano le fonti mi sono mossa con l’immaginazione, e ho cercato di colmare le lacune provando a comprendere le loro scelte.
La brughiera è quasi un personaggio a sé nel libro. Come hai scelto di trattare la natura e il paesaggio come elementi così profondamente legati alle vite delle Brontë? Quanto la brughiera ha influenzato il destino dei personaggi?
Credo che la brughiera abbia davvero avuto un ruolo fondamentale nella formazione delle sorelle, sia come scrittrici che come donne. Vivere in un luogo isolato, selvaggio, ha forgiato il loro carattere, e desideravo mostrare la forza dirompente della natura, l’isolamento, lo spirito indomabile della terra che le ha viste crescere. Impossibile, per me, immaginarle senza la cornice della brughiera, una patria dell’anima, quasi. Credo che tutti siamo in parte plasmati dai luoghi che ci appartengono, e questo è più che mai vero nel caso delle sorelle Brontë: se fossero nate altrove, non avrebbero scritto i loro capolavori.
Charlotte, Emily, Anne, e Branwell sono personaggi con cui siamo tutti familiari, ma tu li hai resi incredibilmente umani e vulnerabili. Cosa ti ha spinta a esplorare i lati più intimi e meno conosciuti delle loro personalità?
Il grande potere della narrativa, per me, è proprio questo, metterci in contatto intimo con persone lontane da noi, farci indossare i loro panni, permetterci di essere loro. Quando pensiamo ai grandi del passato, siano essi scrittori, artisti, personalità che hanno lasciato un segno nella storia, raramente riusciamo a comprenderne l’umanità. Mi commuovo davanti a dettagli della vita di queste persone che ne rendono tangibile la vicinanza, che mi fanno sentire che siamo affratellati, in qualche modo, dalla stessa essenza terrena. Un leoncino giocattolo dalle gambe spezzate, un libro di preghiere particolarmente usurato in una certa pagina, un medaglione contenente una ciocca di capelli, un disegno infantile… ecco, l’idea del mio libro era proprio questa, aprire uno scorcio sull’anima per far sparire lo spazio e il tempo che ci separano.
Nel libro, il tema del silenzio gioca un ruolo fondamentale. Come vedi il silenzio nelle loro vite: è un rifugio, una prigione, o una forma di comunicazione non verbale?
All’inizio, il silenzio è un rifugio, uno spazio amico da riempire di storie, sogni, avventure. È nel silenzio della brughiera, nelle passeggiate solitarie, che si sviluppa la fantasia, che la scintilla di storie che diventeranno immortali fa scoppiare un incendio nella mente delle scrittrici. Quando sono costrette a guadagnarsi da vivere lontano da casa, le sorelle anelano il silenzio, desiderano intimità e quiete per poter sognare, per assecondare l’impulso ad abitare i loro magnifici mondi interiori, aspettano la sera, il buio, per abbandonarsi alla libertà di creare.
Nella seconda parte del romanzo, però, il silenzio diventa una prigione, un muro invalicabile che divide Charlotte dalle sue sorelle, e le stanze riempite dalle loro voci, dai progetti, restituiscono solo una pace di solitudine e morte.
Hai scelto di includere anche Branwell come figura centrale nel racconto. Come hai lavorato per rappresentarlo in modo equilibrato, considerando la sua posizione più marginale rispetto alle sorelle?
Quando ho iniziato a indagare la storia delle sorelle Brontë, mi è risultata subito evidente la grande influenza che il fratello ha avuto sulle loro vite e sulle loro opere. Le sorelle Brontë hanno costruito interi universi fantastici, abitati da personaggi che loro consideravano quasi reali, e Branwell era uno dei genii del loro modo. Hanno allenato l’immaginazione costruendo una realtà che apparteneva a tutti e quattro. Quando ho iniziato a concepire l’idea del romanzo, mi sono accorta che non potevo realizzarlo senza dare voce anche a Branwell.
Il libro è ambientato in un periodo di grandi difficoltà, ma anche di grande fermento letterario. Qual è il messaggio che speravi di trasmettere attraverso la lotta delle Brontë per affermare la loro voce in un mondo dominato da uomini e convenzioni sociali?
Credo che l’insegnamento più grande che ci danno le sorelle Brontë sia quello di restare fedeli a noi stessi, e di seguire la nostra ispirazione interiore, senza accettare di essere messi a tacere. Spero che questo messaggio arrivi a chi legge il mio romanzo.
La scrittura stessa sembra essere un atto di resistenza nel romanzo. Come pensi che la scrittura possa salvare o liberare i personaggi, e quale valore ha la scrittura nella tua concezione di libertà?
Credo che il mondo dell’immaginazione sia un territorio di libertà assoluta, selvaggio, senza regole e imposizioni. Nella nostra mente non dobbiamo obbedire, rendere conto a nessuno per i nostri sogni e le nostre speranze. Per le sorelle Brontë, la fantasia è stata la cura contro la monotonia e le tristezze della vita, ed è stata salvifica anche perché ha fornito loro la possibilità di guadagnarsi da vivere. È stato grazie al successo di Jane Eyre che finalmente Charlotte ha potuto condurre la propria esistenza nel modo che desiderava. Eppure, nessuna ricompensa economica vale tanto da accettare restrizioni e limiti nella propria libertà interiore. Apprezzo tantissimo il fatto che Charlotte, anche dopo aver ottenuto il successo, abbia continuato a scrivere principalmente per sé, mantenendo la sua totale autonomia nello spazio dell’immaginazione. Non può piegarsi alle richieste di nessuno, e non ha bisogno dell’approvazione di nessuno perché, per dirla con parole sue, dall’oscurità è venuta e all’oscurità può tornare. Insomma, Charlotte non è disposta a barattare l’immensa libertà degli spazi interiori per nessun compenso, nessun successo.
Qual è stata la scena più difficile da scrivere in Per la brughiera? C’è qualche passaggio che, durante la stesura, ti ha richiesto un coinvolgimento emotivo maggiore rispetto agli altri?
Ci sono diverse parti del romanzo che mi hanno coinvolto incredibilmente a livello emotivo. La più dura da scrivere, per me, è stata la morte di Emily, che mi ha fatto versare molte lacrime. Credo che in tutto il romanzo, dopo la sua scomparsa, si avverta il vuoto della sua assenza.
Cosa speri che i lettori portino con sé una volta finito il libro? Qual è l'emozione che vorresti che restasse a lungo con chi legge Per la brughiera?
Spero che portino con sé l’odore della brughiera, e il sapore della libertà. Credo che il messaggio più importante del mio libro sia proprio questo, quello di dare importanza ai propri sogni, di non rinnegare il mondo interiore. Eppure, non c’è una sola chiave di lettura di Per la brughiera. Mi piace pensare ai libri come oggetti magici che possono trasmettere emozioni diverse a seconda di chi li legge. Leggo con piacere i messaggi delle mie lettrici e dei miei lettori, e mi sorprendo ogni volta per quello che mi dicono di avervi trovato. È una magia, per me, e mi riempie di gioia. Spero che chiunque legga il mio romanzo riesca a scorgervi qualcosa di buono, e di giusto per lui.
Ho saputo che è da poco uscito il tuo nuovo romanzo, Vita di una falena. Vuoi accennarne un po’ i contenuti?
Sì, sono davvero emozionata! Il mio romanzo è uscito alla fine di gennaio e racconta la vita di Virginia Woolf, una donna straordinaria, rivoluzionaria nel campo della letteratura. Per me scrivere questo libro è stato un viaggio meraviglioso, ho trascorso mesi e mesi immersa tra le sue carte, ho camminato al suo fianco nelle zone d’ombra e in quelle soleggiate della sua anima. È un romanzo cui sono molto legata, e mi emoziona tantissimo condividerlo con tutti.
Grazie di aver condiviso le tue riflessioni
Grazie a te per la tua gentilezza e per avermi concesso questo spazio.
La scrittrice Martina Tozzi
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